«Se non le scrivo, le cose non sono giunte a compimento, sono state solo vissute.»
Annie Ernaux
La prima volta che ho avuto un attacco di panico ero in metropolitana. Il vagone era pieno di gente, faceva caldo e io mi sentivo soffocare. La gola si è stretta, ho iniziato a sudare con le mani, ho pensato di morire. A dire la verità, viste le condizioni igieniche della metro, ho pensato anche che cadendo per terra avrei preso nove malattie prima di morire. Mentre provavo a respirare profondamente, come consigliano i manuali, mi sono ricordata di un’intervista alla poetessa Patrizia Valduga. Lei teneva a bada l’ansia con la poesia degli altri. Che donna.
«Quando non basta il Tavor, mi dico dei versi.»
Così ho iniziato a recitare sottovoce “Matrimonio” di Gregory Corso, una delle poche poesie che so a memoria, perché è anche la mia preferita. Arrivata al verso «e quando viene il lattaio lasciargli un appunto nella bottiglia/ polvere di pinguino, portami polvere di pinguino», ho iniziato a sentire i muscoli distendersi, il cuore inesploso, le gambe di nuovo solide.
Il linguaggio umano ha una capacità che sottovalutiamo di continuo: ci permette di evocare qualcosa in sua assenza. È un potere che possiamo usare per immaginare e costruire il mondo che desideriamo.
Le parole fanno accadere cose
Un insulto può ferirci, un verso può farci sognare, una parola incoraggiante può restituirci l’energia per terminare un progetto. Le parole scolpiscono il nostro mondo. Sono come segni di matita sul bianco della carta: fanno vedere cose che prima non vedevamo. Ogni frase, ogni silenzio, svela il nostro pensiero, la nostra posizione rispetto a un tema o a un evento.
John Austin, in “Quand dire, c’est faire” dimostra che un parlante agisce sull’ambiente attraverso le parole che usa. Richiama la nostra attenzione sullo scopo delle frasi che pronunciamo. Quando le frasi non descrivono la realtà, a cosa servono? Cosa succede, per esempio, quando un celebrante sposa una coppia? Il fatto di dire provoca un’azione, un fare, una realtà. «Io vi sposo» e le persone davanti a lui sono sposate. Con questo esempio, Austin dimostra che il linguaggio, oltre a descrivere la realtà, può anche agire sulla realtà e sugli individui che la compongono.
Nella “trilogia ruandese”, Jean Hatzfeld mostra come il genocidio sia reso possibile dalla lingua. Il fatto di poter parlare dei tutsi come di “scarafaggi” (inyenzi ) costituisce uno dei primi passi che portano ai massacri. In un tribunale, le parole dei magistrati hanno il potere di decidere il futuro di qualcun altro. Insomma, le parole fanno accadere cose.
Il linguaggio è un atto politico
Il linguaggio è uno specchio della posizione che scegliamo di assumere di fronte alla realtà. Ciò che diciamo anche nelle conversazioni di tutti i giorni è un’espressione del nostro contesto socioculturale e dei nostri valori. Sembra quasi banale dirlo, ma se vogliamo sradicare discriminazioni e aggressioni verbali, dobbiamo iniziare col riconoscere e neutralizzare quelle espressioni e quegli stereotipi che, pur accettati comunemente, si infiltrano anche nelle conversazioni più banali. Modi di dire, luoghi comuni e battute che amplificano un rumore di fondo che condiziona la quotidianità e che sfociano, nel peggiore dei casi, in hate speech, molestie, violenza verbale comunicando odio, disgusto, intolleranza. Immaginiamo il linguaggio come una linea dove a un estremo c’è il linguaggio liberatorio e all’altro estremo c’è il linguaggio violento.
«Il linguaggio liberatorio – dice Alice Orrù – non si ferma alle parole, ma si porta dietro anche i valori e le intenzioni che sottendono. Afferma attivamente la piena diversità dell’esperienza umana, ma lavora anche per comunicare empatia, compassione e nonviolenza. È il linguaggio inclusivo nella sua massima espressione perché cerca di descrivere e creare la migliore realtà che possiamo immaginare, un mondo libero dalla violenza in tutte le sue forme; un mondo in cui tutta la vita, tutte le identità e le esperienze sono intese come preziose.»
Tra il linguaggio liberatorio e il linguaggio violento, ci sono usi non inclusivi del linguaggio, come per esempio il linguaggio cifrato che veicola in modo velato disprezzo e giudizio, appoggiando uno status quo oppressivo: «Non vorrai mica andare in giro vestita così» esprime una valutazione su come una donna dovrebbe apparire. Passa attraverso la negazione iniziale e per quel pungente così finale.
Oppure il linguaggio indiscusso, impregnato di privilegio, valori tradizionali o vecchie norme sociali che definiscono cosa sia normale e cosa no. L’industria calzaturiera usa “calze color carne” per definire un prodotto di color beige. Di che colore sono le calze per chi ha un colore di pelle diverso? È lo stesso per “gli uomini che aiutano nei lavori domestici” o per l’uso dell’aggettivo virile come sinonimo di forza e determinazione.
C’è differenza tra clandestini e migranti, tra crimine passionale e femminicidio. Se il nostro pensiero contiene pregiudizio, le nostre parole conterranno stereotipi: i genovesi sono tirchi, quelli del marketing parlano solo di fuffa, come sei nervosa ma hai il ciclo?. Sono così radicati nella cultura che addirittura alcuni proverbi o libri di scuola propongono modelli stereotipati: il papà lavora al computer mentre la mamma prepara la cena.
Se il nostro vocabolario è pieno di categorie (le donne, gli uomini, gli omosessuali, i migranti, le madri, i figli, i padri, chi ha la macchina grossa, chi guida male, chi mangia veloce, chi mangia lento, chi è magro, chi è grasso) e povero di parole, c’è da domandarci dov’è andata a finire la possibilità di prenderci cura del nostro linguaggio e quindi anche del nostro mondo. Usiamo le categorie per facilitare la realtà e renderla più ordinata, ma nel farlo perdiamo sempre qualcosa. Perdiamo l’umano, perdiamo i nomi.
Prendersi cura delle nostre parole
Chi si dedica alle parole sa che il cambiamento germoglia dalla consapevolezza delle chiavi che abbiamo a disposizione. Le parole sono quelle chiavi e la nostra abilità nell’usarle determina la possibilità di riuscire nei nostri intenti. Il linguaggio evolve con noi, con la società che vogliamo costruire, con le relazioni che tessiamo, con il desiderio di essere migliori di ieri. C’è chi fa resistenza e queste resistenze sono di natura culturale, personale o ambientale. C’è chi trova difficile accogliere nuove prospettive perché non lo ha mai fatto, perché sente messe in discussione convinzioni personali o perché il contesto sociale non le accetterebbe. Ma siamo noi il cambiamento, e ciò che non avviene oggi, potrebbe costituire il fondamento del domani.
Il linguaggio largo
Scegliere un linguaggio largo che non si chiude sul “abbiamo sempre detto così” ma moltiplica le possibilità, che ricerca la precisione e il rispetto e non il pregiudizio, che contiene le differenze e non le appiattisce, significa aprire gli occhi su una realtà spesso invisibile. Significa vedere l’etnia, la religione, la provenienza geografica e sociale, la ricchezza, l’istruzione, la lingua, la salute fisica e mentale, la presenza o meno di disabilità, la neurodiversità, l’identità di genere, l’orientamento sessuale, l’età, l’aspetto fisico. Significa rispettare il diritto di ogni persona a essere se stessa. E in questo gioco di specchi e parole, possiamo costruire una narrazione diversa. Una narrazione in cui tutti, finalmente, trovano il loro posto, la loro voce.