«Non esiste un io senza un tu; non esiste un tu senza un noi.»
Martin Buber
Come esseri umani ci troviamo negli ambiti più diversi della nostra vita a dovere trovare l’equilibrio tra la dimensione dell’Io e quella del Noi, tra l’espressione della nostra individualità e l’unità con gli altri. Nello spazio tra l’Io e il Noi si gioca la possibilità che abbiamo come singoli e come comunità di affrontare le nostre sfide quotidiane e fiorire. È il paradosso dello stare insieme, per esprimere al massimo le nostre potenzialità individuali dobbiamo intrecciarle con quelle degli altri. Nessuno fiorisce davvero da solo, lo facciamo sempre in relazione.
Ognuno di noi possiede una sua consapevolezza intuitiva di cosa significhi essere parte di un sistema di relazioni. L’abbiamo sperimentato la prima volta in famiglia, nella nostra classe a scuola, nel nostro gruppo di amici. Ma cosa significa davvero parlare di relazioni? Significa che il Chi viene sempre prima del Cosa, persino del Perché.
Nei contesti complessi, come quelli organizzativi, ci confrontiamo spesso con problemi che hanno cause diverse, che possono essere osservati da più punti di vista, per i quali non esiste una soluzione esatta. Per affrontarli è necessario attingere a una forma di intelligenza basata sulla collaborazione, che usa il potere del Noi, piuttosto che quello dell’Io. Molti pensano che parlare di Noi significhi avere obiettivi comuni, metodi di lavoro condivisi, processi e ruoli ben definiti. In realtà, il vero Noi emerge quando a ciascun Io è lasciato uno spazio per contribuire con la propria personalità, offrire il suo punto di vista, restituire il proprio sguardo sul contributo dell’altro.
Il viaggio per diventare “più squadra” non è un percorso sul “cosa”, e neanche sul “perché”, ma un viaggio sul “chi”. Quando le organizzazioni creano strutture e funzioni che operano attraverso silos per svolgere alcuni compiti stanno identificando il chi deve fare cosa, definendo più o meno consapevolmente un modello relazionale e non solo un modello di tipo operativo. C’è un momento in cui la divisione per compiti e funzioni semplicemente non basta più, non aiuta allo sviluppo del business, a far nascere e formare nuove idee, a ridurre i costi, a fare più felici i clienti, interni o esterni. A crescere e proiettarsi nel futuro.
Il Noi magicamente accade quando le persone si connettono, si fermano e si ascoltano con la mente aperta, senza giudizio, guardando le cose come se fosse la prima volta.
In questi anni, ho lavorato con centinaia di team e ho visto questo processo accadere più volte. Ogni volta che un insieme di persone è stato in grado di fare emergere un Noi, è stato quando ha lasciato a ciascuno la possibilità di portare il proprio Io.
Le strutture organizzative e mentali, sono di solito i più grandi ostacoli al cambiamento. È difficile guardare oltre le funzioni, le aree di competenze assegnate, i pregiudizi che abbiamo sugli altri. Nel tempo la fiducia spesso si consuma, a volte si rompe e ciascuno opera in maniera indipendente. È più facile per tutti svolgere il proprio ruolo senza entrare in inutili complicazioni e rallentamenti cercando la connessione con gli altri.
Un vecchio detto dice che da soli si va veloci, ma insieme si va lontani. Quante volte la velocità iniziale si trasforma in lentezza? Parlare di Noi, non significa “portare a bordo le persone” ma co-costruire soluzioni che tengano conto del punto di vista di tutti. Le persone più intelligenti che ho incontrato in questi anni, non sono state quelle che hanno avuto una risposta a ogni domanda, ma quelle che hanno saputo ascoltare dimostrando di possedere la consapevolezza delle proprie “zone cieche”. Chi, nonostante la posizione organizzativa, sa che c’è qualcosa di importante che non vede.
Passare dall’Io al Noi, significa per prima cosa cominciare a guardare gli altri, riconoscerli e connettersi. Il vero cambiamento, l’essere squadra, come si sente tanto dire in giro, è un movimento di apertura, il superamento di un confine sia organizzativo che mentale.
Il mio lavoro consiste nel costruire il luogo in cui le persone possano vedersi, confrontarsi, portando anche tensioni e conflitto. Non sempre, anzi quasi mai, il passaggio è completamente indolore. Quando finalmente ciascuno ha lo spazio di esprimere la propria personalità, i suoi interessi, motivazioni e punti di vista emergono finalmente tutte le distanze. Ma sono proprio le distanze a permettere a una relazione di esistere. È lo spazio che determina chi siamo.
La collaborazione non è quasi mai qualcosa di naturale, non lo è a casa nostra figuriamoci in azienda. Collaborare è una scelta che consiste nel riconoscere il bisogno che abbiamo dell’altro per raggiungere qualcosa che per noi è importante. Aprirsi all’incontro non significa abbracciarsi incondizionatamente, ma ascoltare senza pregiudizio ciò che porta l’altro, e mostrarci. Mettere sul tavolo i nostri interessi, affrontare a viso aperto il conflitto, esprimere le nostre divergenze anche in maniera forte. Lavorare nelle distanze, nelle tensioni, che possono diventare occasione per sperimentare strade diverse dal passato.
Riconoscere che non abbiamo abbastanza potere, intelligenza, risorse e relazioni per fare tutto da soli è la base della collaborazione. I gruppi che ho visto fallire nel passare dall’Io al Noi sono quelli in cui le persone non si sono davvero esposte. Situazioni in cui la maggioranza nella stanza riteneva di non avere bisogno degli altri. In quei casi, sarò onesto, c’è poco da fare.
Il potere associato alla chiusura è in grado solo di generare Noi allineati, piatti, incolore, pallidi. Tanti Io troppo convinti di se stessi, come quelli che si vedono nei management di alcune aziende, sanno operare solo guardandosi allo specchio generando altrettante divisioni in tutta l’organizzazione. Creando terribili rallentamenti, frustrazione, e cinismo.
Come ho sentito dire una volta, in azienda ci vogliono meno specchi e più finestre. Meno Ego, e più Io disponibili ad aprirsi agli altri. Non solo perché questo aiuta a risolvere meglio i problemi, ma soprattutto perché il riconoscimento dei nostri limiti e l’apertura all’altro è l’unica maniera affinché una comunità si metta nelle migliori condizioni di poter plasmare il proprio futuro. Il futuro accade sempre con gli altri. Il Chi, viene sempre prima del Cosa, persino del Perché. Ed ecco che quasi per magia un gruppo si ritrova a essere squadra.